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Cina: il viaggio che rimette in discussione tutto quello che pensavi di sapere

Ci sono Paesi che riesci a immaginare ancora prima di partire. Chiudi gli occhi e ti vengono in mente immagini precise, quasi stereotipate: un monumento, un piatto tipico, un paesaggio. Con la Cina succede qualcosa di diverso. Parti con un’idea abbastanza definita e torni con la sensazione che nessuna fotografia, nessun documentario e nessun libro siano riusciti davvero a raccontarla come merita.

Perché la Cina non è un Paese che si lascia riassumere da un’immagine ben definita. È un luogo che cambia continuamente, non solo nel paesaggio, ma anche nel modo in cui ti costringe a guardarlo.

È questo il filo conduttore del nostro itinerario: un viaggio che attraversa città imperiali, montagne sacre, metropoli futuristiche e siti archeologici unici al mondo, ma che, soprattutto, racconta una civiltà capace di reinventarsi senza mai perdere il legame con le proprie radici.

La Grande Muraglia: il monumento che tutti conoscono… ma quasi nessuno ha davvero capito

La Grande Muraglia è probabilmente il simbolo più famoso della Cina. Eppure, proprio perché la vediamo da sempre nei libri e nei documentari, rischiamo di darle per scontata. La prima sorpresa è che quella che chiamiamo “Grande Muraglia” non è mai stata un’unica muraglia. È il risultato di quasi duemila anni di costruzioni, demolizioni, ampliamenti e ricostruzioni. Ogni dinastia ha aggiunto il proprio tratto, adattandolo al territorio e ai materiali disponibili. Nelle montagne attorno a Pechino prevalgono pietra e mattoni; nelle regioni desertiche dell’ovest si trovano ancora sezioni costruite con terra battuta e fascine di canne. È come sfogliare un libro di storia scritto con materiali diversi. Il tratto di Juyongguan, incluso nel nostro itinerario Meraviglie della Cina, era famoso per la sua importanza strategica. Chiunque volesse raggiungere la capitale da nord era quasi costretto a passare da questo stretto corridoio naturale. Per questo motivo venne fortificato fino a diventare uno dei punti meglio difesi dell’intero sistema.

C’è poi un dettaglio che racconta quanto fosse sofisticata questa enorme opera difensiva. Le torri non servivano soltanto per osservare il nemico: erano un vero sistema di comunicazione. Durante il giorno si utilizzavano segnali di fumo, mentre di notte bastavano pochi fuochi per trasmettere un messaggio da una torre all’altra in tempi sorprendentemente rapidi. Un sistema tanto semplice quanto efficace, se si pensa che tutto questo avveniva molti secoli prima dell’invenzione del telegrafo.

La Città Proibita: dove ogni dettaglio aveva un significato

Entrare nella Città Proibita significa fare un passo dentro una visione del mondo molto diversa dalla nostra. Non è soltanto il più grande complesso imperiale esistente: è un luogo costruito per comunicare un messaggio preciso.  Molti conoscono la leggenda delle 9.999 stanze, ma pochi sanno perché questo numero sia diventato così famoso. Nella cultura cinese il nove rappresentava il numero dell’imperatore, mentre il diecimila era simbolo della perfezione celeste. Nessun sovrano terreno avrebbe potuto eguagliare il Cielo, così la tradizione racconta che il palazzo dovesse fermarsi simbolicamente a una stanza in meno.

Passeggiando tra i cortili si nota un’altra particolarità: gli alberi sono sorprendentemente pochi nelle grandi piazze interne. Una spiegazione, riportata da diversi studiosi, è che gli spazi aperti rendessero impossibile tendere imboscate all’imperatore o nascondersi durante le cerimonie ufficiali. Anche la sicurezza, nell’antica Cina, passava attraverso l’architettura.

Xi’an e l’esercito che nessuno stava cercando

Ci sono scoperte archeologiche frutto di anni di ricerche. Quella dell’Esercito di Terracotta, invece, iniziò quasi per caso. Nel 1974 alcuni contadini stavano scavando un pozzo durante un periodo di siccità. A poco più di un metro di profondità emerse una testa in terracotta. Pensavano di aver trovato una vecchia statua. In realtà avevano appena riportato alla luce una delle scoperte archeologiche più importanti del Novecento. Oggi sappiamo che migliaia di guerrieri custodiscono il mausoleo del primo imperatore della Cina, Qin Shi Huang, ma c’è un particolare che continua ad affascinare archeologi e storici: la tomba vera e propria dell’imperatore non è mai stata aperta.

Non perché non si sappia dove si trovi, ma perché gli studiosi preferiscono aspettare. Le tecnologie attuali non garantiscono ancora una conservazione adeguata dei reperti e dei pigmenti che potrebbero deteriorarsi nel giro di poche ore.

A rendere ancora più misteriosa questa storia contribuisce un antico cronista cinese, Sima Qian, che raccontò di un immenso palazzo sotterraneo attraversato da fiumi di mercurio. Per molto tempo si è pensato fosse soltanto una leggenda. Poi, analisi moderne del terreno hanno rilevato concentrazioni anomale di mercurio proprio nell’area del mausoleo. Nessuno può dire con certezza cosa si trovi sotto quella collina. Ed è forse questo il suo fascino più grande.

Il Buddha che cambiò davvero un fiume

Tra le immagini più spettacolari di un viaggio organizzato in Cina c’è il Buddha Gigante di Leshan, scolpito nella roccia oltre dodici secoli fa. La tradizione racconta che il monaco Haitong decise di costruirlo perché era convinto che il Buddha avrebbe placato le acque impetuose dei tre fiumi che si incontrano proprio sotto la statua. Può sembrare una semplice leggenda religiosa, ma c’è un dettaglio sorprendente. Durante gli scavi vennero rimosse enormi quantità di roccia che finirono naturalmente nel letto del fiume. Secondo diversi studi, questo materiale contribuì realmente a modificare la corrente e a rendere meno pericolosa la navigazione.

Anche il gigantesco sistema di drenaggio nascosto all’interno della statua continua ancora oggi a stupire gli ingegneri. Una rete di canali invisibili permette infatti all’acqua piovana di defluire senza danneggiare la roccia. Un’opera progettata oltre milleduecento anni fa e ancora perfettamente funzionante.

Chengdu: i panda sono solo l’inizio

Molti arrivano a Chengdu pensando ai panda giganti. E fanno bene, perché osservare questi animali nella loro riserva è un’esperienza difficile da dimenticare. Ma sarebbe un peccato fermarsi qui. Chengdu è una delle città dove si percepisce meglio il ritmo della vita cinese. Nelle case da tè, frequentate ogni giorno da abitanti di tutte le età, il tempo sembra rallentare. Ci si incontra per leggere il giornale, giocare a mahjong, discutere di politica o semplicemente osservare il via vai delle persone. È un’immagine molto diversa da quella delle grandi metropoli ipertecnologiche che spesso associamo alla Cina. Ed è proprio questa capacità di cambiare volto, da una regione all’altra, a rendere il Paese così affascinante.

Shanghai: quando il futuro arriva prima del previsto

L’ultima tappa del viaggio sembra appartenere a un’altra epoca. Passeggiando sul Bund, tra edifici coloniali che ricordano l’Europa di inizio Novecento, basta alzare lo sguardo verso l’altra sponda del fiume Huangpu per vedere uno degli skyline più iconici del pianeta. La cosa incredibile è che fino ai primi anni Novanta Pudong era occupata in gran parte da campi agricoli, magazzini e vecchi cantieri portuali. In poco più di trent’anni è diventata il simbolo della nuova Cina. Forse nessun’altra città racconta così bene la straordinaria velocità con cui questo Paese è cambiato.

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